Settembre 2003

Non credo al paranormale ma…

21 Settembre 2003 21 Settembre 2003
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Ci sono cose che accadono di cui non riesco a darmene una spiegazione.
Ho perso mio padre nel 1998. Da allora la mia vita è cambiata. Radicalmente. Forse per i sensi di colpa di non aver fatto nulla per salvarlo dal cancro, forse per il fastidio che allora mi provocava l’essere arrestato nel mio progetto di cambiare vita. Quando ha cominciato a stare male io ero già lontano dal paese, lontano dalla famiglia. Ad occuparsi di lui è rimasta mia madre. Sempre accanto a lui, fino alla fine, fedele ad un’idea di fedeltà che ora forse va scomparendo. Una idea di fedeltà senza innamoramento. Mio padre negli ultimi anni s’era fatta l’amante. Per noi umili contadini, la cosa era davvero inaudita. Papà l’amante? Era cosa da ricchi o da delinquenti farsi l’amante. ma mia madre aveva letto migliaia di Grand Hotel, i fotoromanzi degli anni settanta che anche io leggevo avidamente. Per lei, papà, suo marito, aveva l’amante punto e basta. Con quello che poi comporta avere un’amante quando si hanno anche due figli ancora giovani e non ancora realizzati professionalmente. L’amante costa danaro anche, detta come va detta. Per questo mia madre è stata fedele, ma era molto arrabbiata con lui, risentita, addolorata. Quando è morto, alla vigilia di natale del 1998, tutti un po’ ci sentivamo liberati. La malattia lo aveva costretto a letto per più di sei mesi (interminabili per mia madre che però non si è mai lamentata, e a noi figli di passare le uniche ferie in ospedale. Infine e non ultimo, lui, mio padre sofferente, allucinato, delirante. Insostenibile per tutti. Quando è arrivato il momento, io ero accanto a lui, dopo una notte che già presagiva al peggio, al mattino cercavo di soffiargli via l’ultimo respiro, per farlo mio. Incredibile, ho visto udito sentito la morte di mio padre. L’uomo grazie al quale nacqui. Non uno qualunque. Il terreno mi venne a mancare sotto i piedi, le mie radici si rinsecchivano scomparendo.
Non ero mai stato.
Il vuoto.
Feci finta di nulla e li per lì sembravo cosciente, liberato, quasi felice. Poi…, poi i dolori. La mente non perdona. Tanto è magnanina nei ricordi di felicità, tanto è temibile nei ricordi di colpevolezza. Disturbi, ansie, paure… no, no, niente di nuovo, ma tutto esasperatamente amplificato sì da attraversare dall’inverosimile emulato dolore dell’adolescenza, al verissimo e faticosissimo dolore della maturità. Un salto mostruoso e si salvi chi ha forza. Non piansi subito… non piansi fino a che non venne a trovarmi un mio caro amico cui era mancata la madre quando era molto giovane. Tra feriti mortalmente della vita, anzi dalla morte, ora ci si capiva.

Lo toccai era freddo, o meglio, si raffreddava mano a mano.
La morte è gelo, seppi.
La vita è calore, capii.

Dopo anni di sofferenza, pianti improvvisi (“la stanza del figlio” di Moretti è una formidabile seduta di psicoanalisi per chi ha subito un lutto grave; la maglietta grondava lacrime quando sono uscito da quella sala), attacchi di ansia, panico, da cui ora sto cercando di uscirne volendomi bene (ho smesso di fumare, nn prendo caffè e ora dovrei cominciare ad alimentarmi meglio, ma vorrei dedicarmi all’amore di un amore), ora stanno accadendo cose strane. Certo non dovrei dare peso ma… ero a casa di mia sorella, da poco mamma (vedi “è nato un individuo o una merce?” in questo blog), ed era venuta l’ora di dormire. La luce spenta, ad un tratto… s’accende, da sola(?!). Poco fa mi ha chiamato mia madre. Ore 22.30. porc!, cosa è successo?, penso. A quest’ora mia madre dorme da tre ore ormai. Dice che ha sentito degli squilli. Si è svegliata ha composto il numero che permette di individuare chi ha chiamato e quale numero esce? Il mio. Ma io ero qua in questo blog e mai l’avrei chiamata alle 22.30. Di certo mi sentivo in colpa di non chiamarla da quasi due settimane (tempo a volte in cui cado o vengo risucchiato come in un buco nero, da cui esco e mi ricordo delle persone care, le più vicine, mia madre e mia sorella. Ma a volte penso che potrei non sentirle per mesi. Senza che io perda mai l’affetto per loro). Insomma un avvertimento da parte di mio padre, della suo fantasma? della mia buona e cattiva coscienza?
Di certo sarebbe stato felice della nascita di un nipotino…forse la luce accesa era segno di approvazione di questa nuova vita?

.. e prima di morire, qualche giorno prima, con tutto che era in delirio trovo’ la forza per dirmi che non avrei dovuto lasciare mia madre sola. Per questo “qualcuno” mi “costringe” a chiamarla anche in piena notte.

In questo scritto, madre,padre, vi chi(amo).

ci eravamo conosciuti, si fa per dire, in internet

2 Settembre 2003 2 Settembre 2003
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Ho ospitato una persona che non vuole più andare via

postato da pietro

Martedi 2 Settembre 2003 ore 00:42:52
Ho ospitato circa un anno fa una persona. Doveva rimanere solo una settimana. Mosso a pietà (nel senso bello), volevo tirarla fuori da una situazione assurda. Questa persona non è italiana, nè europea, quindi extradiritto di cittadinanza. Appena arrivata in Italia (ovvero il paradiso, sic!), è stata subito semi-schiavizzata da gentaglia senza scrupoli. In lacrime mi rendeva partecipe di ciò che le accadeva (ci eravamo conosciuti, si fa per dire, in internet). Non potevo sopportare quelle lacrime e l’ho invitata a provare a cercare una sistemazione nella mia città (pensavo che avrei potuto aiutarla). Decido di condividere con lei la mia minuscola stanza. La settimana concordata passa e la situazione non si smuove, anzi diventa più drammatica. Penso di aver di fronte una persona fragile e veramente bisognosa (avevo in casa il problema dei problemi:l’immigrata dal paese lontanissimo). La legge Bossi-Fini mi ha veramente dato un aiuto, venendomi incontro in tutto e per tutto (non solo in questura non si riesce ad avere informazioni, ma se ti capita di fare la fila, ti trattano come un animale- e non che gli animali vanno trattati male- dal neopoliziotto in odore di bestialità). Le settimane si sono susseguite inesorabilmente, stagione dopo stagione e in questa condizione non era affatto facile cercarle lavoro (trattasi di persona non più giovane, col vizietto di internet completamente chat dipendente). Ovviamente il carico comincio a sentirlo e dopo otto mesi vado in tilt. La persona che mi faceva commuovere ha cominciato ad allargarsi in tutta la sfera privata e in tutta la casa, e non solo non mi faceva più pena, ma cominciavo ad odiarla. Ora mi sento prigioniero di un favore che io stesso ho fatto. Nessuno dei suoi amici di chat l’ha veramente aiutata (tutti bravi a fare chiacchiere ma la realtà fuori da quel cazzo di monitor non è così soft). Il risultato è stato catastrofico. Si è piantata in casa, all’inizio si rendeva utile come poteva tra una chat e l’altra, ora che grazie a una mia cara amica salvifica (terribile vedere un ameba in casa che non fa altro che mangiare e chattare) ha trovato un lavoro, vuole farmi pagare a metà una persona per fare le pulizie in casa. Dopo il danno la beffa.
Cosa posso fare? Per favore non proponetemi cose volgari nè cattive, voglio solo farle capire che ora che finalmente lavora e che è autonoma, potrebbe lasciarmi in pace e farsi la sua strada.

Riferimenti diarioimmondo

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