Marzo 2004

Io non esisto, quindi non sciopero

27 Marzo 2004 27 Marzo 2004
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Come mi piacerebbe dire di si, che ho scioperato e che con i miei colleghi di lavoro siamo andati in piazza e urlare contro il governo, contro i padroni, per la giustizia su questa terra, ora e subito, per i diritti e la dignità dell’essere in vita, in questa Italia, che poi è anche un bel paese, ma che proprio mi pare rovinato, non dico solo ora con questo governo, ma anche prima con quell’altro. Insomma, mi piacerebbe tanto essere solidale con chi ha scioperato, esser loro accanto in questo giorno di lotta e dire a chi è rimasto in ufficio, che ogni tanto bisognerebbe disertare il lavoro e vedersi di persona, a cantare a squarciagola bella ciao, che tutti possono cantare perchè parla di libertà e amore per la gente.
No, non ho scioperato.
Perchè non so contro cosa o contro chi effettivamenete scioperare. Mi spiego. Non che mi manchino gli obiettivi. Anzi. E’ che sono diventati invisibili, proprio come me. Non mi iscrivo al sindacato, perchè sarebbe stupido pagare la tessera per un’organizzazione che ha accettato la precarietà sul lavoro, difatti rendendomi invisibile grazie a contratti (si fa per dire) co.co.co. Io non esisto, quindi non sciopero. Non ho ferie, malattie, pensione. Solo una misera paga giornaliera che deve bastare per tutto oggi, domani chissà. Forse una rivoltella come buon investimento e a sessant’anni o mi sparo o…
Ma voglio essere ottimista (o stupido)! Questo governo cade, quello nuovo si ricrede e abolisce la legge cosiddetta Biagi, trasforma i co.co.co,da gallinelle in persone e li dota di ferie, tredicesime, malattie pagate, pensioni, anche per gli anni passati. Li rende felici e contenti, anche se lavoratori.

Io invece, ora, ogni volta che c’è lo sciopero generale, sono contento da una parte, ma dall’altra spero che non capiti in uno dei pochi giorni di lavoro, perchè non potrei permettermi il lusso di scioperare, nè di cantare a squarciagola coi colleghi bella ciao, che pure è una bella canzone d’amore per la gente.

pietro
Riferimenti: Io non esisto, quindi non sciopero

«Craj», radici pugliesi

24 Marzo 2004 24 Marzo 2004
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Lo spettacolo di Teresa De Sio e Lindo Ferretti
S. CR.
Si perde su una superficie di mille metri quadrati in mezzo alla campagna pugliese l’allestimento di Craj, storia di cantatori, cavalieri e pizzicate lo spettacolo scritto e musicato da Teresa De Sio e Giovanni Lindo Ferretti che debutta stasera nella Masseria Torcino di Cannole, un antico casolare del 1200 in provincia di Lecce. Un evento che è a metà fra un concerto, il teatro equestre e il circo, pensato come in una grande sagra paesana ambientata in una sorta di cortile ideale dove i musicisti – disposti ai quattro lati – si alterneranno nel racconto e nel canto. Uno spettacolo pensato come tributo all’arte e alla tradizione popolare pugliese, di cui sono gli ultimi depositari il salentino Uccio Aloisi, i cantori di Carpino e il cantastorie foggiano Matteo Salvatore. «È un progetto – racconta la cantautrice napoletana – nato dal mio forte rapporto con la musica popolare, e in particolare con quella pugliese. Negli ultimi anni i gruppi delle nuove generazioni hanno preso molti elementi folkloristici e li hanno mischiati, sposati con altri suoni. Ora l’esigenza è quella di dar voce ai segni originari, alle matrici originarie. Perché se le matrici originarie vengono disperse, non si sa più cosa mischiare con cosa. Questi musicisti sono cantori anziani, ultimi portatori di una tradizione legata veramente alle radici che hanno portato avanti con grandi sacrifici senza in qualche modo mischiarsi, senza vendersi. Perché vengono da una dimensione di purezza». Dopo il debutto Craj sarà anche a Milano (Leoncavallo, 27 marzo) e in aprile a Ancona (Bar fly, 3), Bologna (teatro polivalente occupato, 5), Firenze (Saschall, 14) e Torino (Cortile del Maglio, 17). Il breve tour chiuderà a Roma in una data non ancora definita.

Riferimenti: CRAJ

Sono nata il 21 a primavera (Alda Merini)

20 Marzo 2004 20 Marzo 2004
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Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera

Alda Merini

ps: auguri Alda, con tutto il cuore.

Pietro

Non ti muovere. Una non-recensione del film

18 Marzo 2004 18 Marzo 2004
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Ho apprezzato molto la scelta della narrazione in flashback. Penelope Cruz, per me, è una vera rivelazione. All’inizio ho faticato a capire che era un’attrice famosa, hollywoodiana. Nel vederla recitare così realisticamente, avevo creduto ad un’attrice alla prima esperienza, che non recitava se non se stessa. Insomma è la vera immagine del film, l’icona come si suol dire, e credo che rimarrà in mente per molto tempo ai cinefili. Il suo volto selvaggio, quelle labbra asimmetriche, quell’accento non italiano (non albanese!) e le forme del corpo generose, passive. La forza di questo personaggio è nella passività disperata. In questo contesto uno stupro e il conseguente rapporto sessuale mercificato, la rende vitale. L’amore violento scaturisce dal passato doloroso dei due amanti. Non si può non credere al loro amore malato e socialmente inaccettabile. Il bastardo che ne sarebbe nato non sarebbe stato un uomo presentabile, ma un animale. E animalesco è il rapporto tra i due. Tanto brutale il sesso con l’albanese, tanto insipido il rapporto con la moglie borghese. Quale dei due il vero Timoteo, il chirurgo impersonato da Castellitto? Quello in luce o quello in ombra? In luce abbiamo un medico che, come tutti i medici, si ripara dietro la professionalità per nascondere sapientemente le emozioni. In ombra, il lato oscuro della luna, l’animale assetato di sangue, emozionato ed emozionante, capace di dire ti amo, ma di non cedere al richiamo della luce, abbagliante, in cui tutto s’acceca. Da questa non scelta, il dramma umano. Mente o cuore? Raziocinio o follia? Quanti di noi si sono trovati a scegliere tra l’amore e la convenienza? Il cuore vince, perchè è tenace, duraturo e non muore mai. E soprattutto, non dimentica.

8 MARZO: lotte di donne, fuochi e fantasie

7 Marzo 2004 7 Marzo 2004
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Il 29 agosto 1910, la Conferenza internazionale delle donne socialiste, in corso a Copenaghen, decise di istituire, su proposta della socialdemocratica tedesca Klara Zetkin, la "Giornata internazionale della Donna", fissandone la data all’8 marzo di ogni anno. Spirito e scopo dell’iniziativa era quello di ottenere per le donne parità di trattamento rispetto agli uomini. In particolare, le socialiste chiedevano l’estensione del diritto di voto. Sulla scelta dell’8 marzo come ricorrenza, le opinioni, però, si dividono. La tradizione socialista afferma che la scelta dell’8 di marzo fu fatta per richiamare il grande sciopero dell’8 marzo del 1848, quando le lavoratrici dell’industria dell’abbigliamento di New York proclamarono uno sciopero cui parteciparono trentamila donne: la più gigantesca manifestazione femminile che si fosse mai avuta negli Stati Uniti. Le scioperanti reclamavano il rispetto dei loro diritti politici e sociali, alla pari con gli uomini: diritto al voto, riduzione dell’orario di lavoro, dalle 12 alle 8 ore, il riposo settimanale, un regolare contratto e una retribuzione rispondenti agli accordi sindacali. Oggi, tuttavia, si è affermata la versione delle operaie bruciate nel rogo della loro fabbrica. Questa leggenda ha origini recenti. Il 7 marzo 1952, il settimanale bolognese La Lotta, scrive che la data della Giornata della Donna vuol ricordare l’incendio scoppiato in una fabbrica tessile di New York l8 marzo del 1929, in cui sarebbero morte, chiuse dentro dall’interno per volere del padrone, perché minacciavano di scioperare, 129 giovani operaie per gran parte di origine italiana ed ebraica. Il tema dell’incendio e delle operaie arse vive nel rogo del loro posto di lavoro viene ripreso in seguito ma con alcune varianti. Nel 1978, il Secolo XIX di Genova riporta l’episodio come avvenuto a Chicago in una filanda. Nel 1980, La Repubblica parla di un incendio a Boston, datato 1898. Nel 1981, Stampa Sera situa l’incendio ai primi del 900, in un luogo imprecisato degli Stati Uniti, le operaie vittime sarebbero state 146. Lo stesso anno, L’Avvenire parla di 19 operaie morte. Nel 1982, Noi Donne parla di Boston, l’anno sarebbe il 1908 e le operaie morte 19. Una nuova descrizione della tragedia l’ha fornita di recente il sito della Città di Bari. Secondo questa versione, la festa sarebbe nata dall’incendio, scoppiato il pomeriggio del 25 marzo 1911, negli ultimi tre piani dell’Asch Building, un edificio di dieci piani a Manhattan. Quando il rogo fu domato si sarebbero contate 146 vittime. New York sarebbe rimasta sconvolta da quella tragedia. Al funerale, 120 mila lavoratori avrebbero accompagnato il funerale fino al cimitero di Evergreen, dove le sfortunate donne vennero sepolte, e non meno di 400 mila persone assistettero al corteo. Il processo per stabilire le responsabilità dei proprietari della Triangle, iniziato il 4 dicembre del 1911, si sarebbe concluso appena qualche giorno dopo con una sentenza di assoluzione. Oltre a ciò la proprietà dell’azienda ricevette dalle compagnie di assicurazione un cospicuo risarcimento. Per alcuni, l’incendio risalirebbe, invece, a un 8 marzo di fine Ottocento, in una fabbrica tessile d’Inghilterra. Per un’altra interpretazione, la data sarebbe da ricercare nell’inverno del 1917. Così L’Ordine Nuovo, quotidiano gramsciano di Torino, del 17 marzo 1921: «Al grido di pace e pane, le operaie di Pietrogrado con la bandiera rossa sono scese nelle strade l’8 marzo (24 febbraio per il calendario russo) per festeggiare la giornata internazionale del proletariato femminile. Fu questo il grande segnale della rivoluzione che distrusse l’autocrazia». È probabile che tutte queste versioni siano frutto della fantasia. Infatti, sia nel libro della canadese Renée Còté, Verità storica della misteriosa origine dell’8 marzo, che il quello di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, 8 marzo, storie, miti e riti della Giornata Internazionale della Donna, nessun incendio risulta mai accaduto.
Riferimenti: primo sito sull’origine dell’8 marzo indicato da google

Tutto ciò che non è zingaro è gagio.

1 Marzo 2004 1 Marzo 2004
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Il rapporto coi gagi è difficile, fatto di diffidenza reciproca, di buon viso a cattivo gioco. Ho conosciuto un po’ meglio i Sinti che a loro dire, si differenziano molto dai Rom (anche se per noi gagi superficiali sono tutti uguali). Per intenderci, i Sinti sono quelli che portano le giostre e i baracconi da fiera durante le feste patronali. Inoltre sono coloro che un tempo portavano in giro il circo (Moira Orfei è metà gagia e metà sinta). Sono popoli che vivono alla mercè di tutto e di tutti. La loro diffidenza è giustificata. Vivono al freddo in roulotte scassate. Ci vedono come tesori da arraffare, poichè noi sfoggiamo solo la ricchezza esteriore, ed è quella che fa gola. Questi popoli sono in difficoltà estrema. Prima di tutto per le loro condizioni di vita, ma anche perchè culturalmente sono isolati e disintegrati. Hanno dovuto lasciare l’attività delle giostre alcuni perchè non avevano la licenza media inferiore, altri perchè hanno smesso di essere nomadi. I ragazzi dei campi difficilmente vanno a scuola (si sentono emarginati dai compagni e dalle insegnanti), quindi difficilmente si integrano con l’altra società, quella da noi rappresentata, i gagi. Quindi niente istruzione, niente circo nè giostre e fuori i gagi che non si fidano di loro per farli lavorare. Una situazione drammatica che si aggiunge alle carenze igienico sanitarie del campo che porta spesso a malattie, che loro non curano sufficientemente perchè non hanno accesso alla sanità pubblica. Un disastro, insomma. E tutto qua vicino, a casa nostra. Del resto, sono persone semplici, che vivono di poche cose. Da loro abbiamo molto da imparare.