signor presidente, dignità

22 Giugno 2008 22 Giugno 2008
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Articolo 36: il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Leggendo la Costituzione oggi a 60 anni della sua elaborazione e promulgazione, sento che c’è una differenza enorme tra la mia generazione di 40enni e quella che allora lottava per la libertà e la dignità di tutti. Oggi non mi sento un lavoratore dignitoso e ho vergogna di dire a mia figlia che sta per nascere, che non sono stato capace di garantire i diritti minimi per cui mio padre si è battuto. Noi lavoratori precari non abbiamo nessun diritto. Mi creda non c’è nulla di peggiore per un uomo o una donna sentirsi senza diritti e solo tanti doveri. Da precario non posso parlare nè sperare nella crescita umana, economica e professionale, anzi, si può solo retrocedere. In sette anni di lavoro co.co.pro ho visto passare davanti a me i nuovi arrivati, accettare ogni sorta condizioni economiche e di lavoro. I sindacati non ci aiutano, anzi non sono presenti tra i precari. La politica ci è ostile (la precarietà aumenta in nome della competitività del mercato e non si parla di stabilizzazione dei precari). Lei Signor Presidente che fa? Da che parte sta? Lei è imparziale e a lei che chiedo una mano, anche solo un gesto, un segno, un impegno. Basterebbe anche solo minacciare i controlli in quelle aziende, mi creda sono tante, che usano i co.co. pro. o i detentori di false Partita Iva, in modo continuativo, come se fossero dipendenti, senza pensare di regolarizzarli. La legge 30 di fatto copre il lavoro nero, ma non risolve il problema della mancanza di regolarizzazione contributiva e dei diritti dei lavoratori. Infatti noi precari non abbiamo diritto alle ferie, alla malattia e quel che è peggio, a parlare. Possiamo essere messi da parte da un momento all’altro senza preavviso. Signor presidente Napolitano è forse vita questo in un paese del primo mondo? Pietro Annicchiarico Bologna giugno 2008

bara tricolore

29 Novembre 2007 29 Novembre 2007
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2 Commenti

Quando una bara, avvolta nel tricolore, i pennacchi, la toga, le armi, quanta retorica, ma molti sono "i morti che camminano", e poi i funerali, i vescovi, la passarella, i media, si tratti di un magistrato ucciso dalla mafia, o da un volontario assassinato mentre era in missione di pace. Da quando sono volontari, i soldati italiani, non possono più essere in missione di pace. Sono pagati per fare la guerra. In altre parole, se non ci fossero focolai di guerra in tutto il mondo, l’esercito professionista dell’Italia, sarebbe disoccupato.Le chiamano missioni di pace, un trucchetto semantico, per non incorrere nella obsoleta Costituzione della Repubblica, che all’art.11 dice di ripudiare la guerra. Ma non c’è nessun articolo nella Costituzione che dice di ripudiare la mafia, altrimenti si inventerebbero qualcosa, pur di non combatterla. Ma allora perchè non si combatte la mafia e perchè si continua a fare la guerra? Perchè conviene. A chi conviene, scopritelo voi.

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